L’architettura dei sogni.

Eratostene era un ragazzo brillante, viveva a Cirene ed era nato nel 275 a.C. Era talmente brillante che i suoi amici lo chiamavano “Pentathlos”, agile nella mente come nel corpo un atleta greco. Eratostene fu per molti anni bibliotecario ad Alessandria e in quel luogo magico di conoscenza ben presto venne a sapere che a Syene, città a sud dell’Egitto, c’era un pozzo particolare. Il 21 giugno di ogni anno, solstizio d’estate, il sole illuminava completamente il fondo di quel pozzo. Eratostene  improvvisamente capì qualcosa. Si recò a Syene e alle ore 12 esatte prese un bastone e lo fissò nel terreno. Osservò l’ombra del bastoncino proiettata a terra e la studiò. 

Misurando i 7 gradi dell’ombra proiettata dal bastone, impensabile a dirsi, Eratostene arrivò a calcolare la circonferenza della Terra.

Accadde che i greci, dopo quel memorabile 21 giugno, dimostrarono che per conoscere il diametro del sole, era necessario prima conoscere la distanza del sole che, a sua volta, dipendeva dal conoscere la distanza dalla Luna che dipendeva dal conoscere il suo diametro che dipendeva dal conoscere il diametro della Terra. Scoperto dal nostro Eratostene.  Questa è l’architettura di un sogno fantastico. 

Nessuno lo conosce, eppure tutto è partito da lui che guardava il sole, il cielo e, senza dubbio, fissava le stelle. Eratostene, insomma, sognava. 

Ebbene, dalla storia di Eratostene ho capito una cosa importante: non basta sognare, bisogna farlo nel modo giusto, ovvero capendo cosa sognare, per chi sognare e come sognarlo. Eratostene guardava le stelle e fin qui, credo, gli siamo tutti simili. Poi, però, deve essere accaduto qualcosa. Deve essersi stancato o forse  qualche dato gli mancava o forse la notte era finita e così ha iniziato a guardare il sole. Il mistero del sole, che fino ad allora era stato considerato al massimo un sasso incandescente, deve averlo colpito molto e avrà passato intere giornate nella sua biblioteca a studiarci sopra, avrà discusso con i saggi del suo tempo, del suo spazio, avrà chiesto persino consiglio e cercato ispirazione dalle sue vecchie amiche stelle. Poi l’intuizione. Il calcolo, la verifica, la sfida. Il viaggio, il bastone. Come lo avrà scelto, non lo sappiamo, ma io credo che sia stato un bastone speciale e se, invece, non lo è stato in principio, di certo dopo lo sarà diventato. Lo avrà certamente conservato, magari proprio tra quei volumi ricchissimi ad Alessandria e chissà che storia ha avuto quel bastone di legno. 

Eratostene ha cambiato sogno, Eratostene si è aperto ad altre teorie, Eratostene ha sognato per se stesso non sapendo che così avrebbe fatto sognare tutta l’umanità.

Eratostene ha sognato. 

E questo è tutto.

Avevo fame.

Avevo fame. Dei tuoi gnocchi al sugo,si, ma soprattutto fame di te che mi insegnavi a cucinarli. 

Avevo fame di tutti quegli antipasti, si, ma di più dei tuoi occhi dritti, dritti davanti ai miei. Ho avuto fame delle tue mani, quando me le appoggiavi sul viso. Del tuo cuore ho avuto fame, quando mi facevi sentire come batteva. E del tuo dolore, quanta fame dei tuoi dolori, delle tue paure. Me le sarei mangiate tutte per lasciarti senza e l’ho fatto. L’unica paura che non ho potuto mangiare era quella che avevi di me e così ci ha mangiato entrambi e te ne sei andato via.
Adesso ho ancora fame, ma tu non sei disposto a scendere dentro il rifugio perché chissà cosa c’è laggiù. Allora parti e mangi altrove, mentre io non mi nutro più.
Ma io ho fame e la fame mi farà uscire dal nascondiglio nel quale mi sono ficcata. La fame mi farà tornare il coraggio e correrò il rischio di essere sparata nuovamente. La fame mi farà accontentare di piccoli pasti, perché, dopo tanto digiuno, ti sazi con poco. Poi la fame aumenterà e però anche le forze. Lo spirito si fortificherá, l’organismo pure. Uscirò allo scoperto senza temere l’inverno. Avrò fame e mi salverò.

La voglia di cantare.

https://youtu.be/O5UejY-iGRc

A un certo punto ti fermi. Accosti la macchina, spegni la macchina. Pensi che non ci sia una canzone giusta per te adesso, così spegni anche la radio. Tutti gesti molto semplici che però non ti restituiscono il silenzio che cerchi. Perché tu vuoi il silenzio, pretendi il silenzio dentro. Ma c’è ancora tanto trambusto, però sei forte e dici a te stesso “no, ora si sente di meno quel rumore” ed è vero, non è una bugia. Ora si sente di meno, ma si sente lo stesso e fa male perché sai che tra qualche tempo non sentirai più nulla. Così da una parte desideri fortemente il silenzio, la fine del tormento, ma dall’altra sei triste perché quando i sentimenti cambiano, prima devono morire. Allora, molto spesso, riaccendi la radio, cerchi una canzone giusta per te stesso che te ne stai andando incontro al tuo futuro, incontro a chissà cosa. Ti asciughi una lacrima e riaccendi pure la macchina che bisogna andare, non si sa ancora dove, ma ci vai con una speranza inaudita.

A un certo punto poi riparti.
Non vuoi salutare nessuno, vuoi fare tutto da solo perché sei stanco di essere forte e vuoi crollare. Allora ti lasci crollare e solo dopo scopri che quello era l’unico modo per spegnere il rumore. Crolli, ti spegni.
E a un certo punto ti viene voglia di cantare.

Qualcosa è cambiato su quel pezzo di terra?

Mi colpisce sempre molto vedere gli alberi soli in mezzo alle distese. In prima istanza mi preoccupo per loro, mi domando quanto possa aver inciso, nella loro vita di piante, la solitudine. Una solitudine così evidente, così lunga, così incolmabile. Poi mi chiedo come mai siano rimasti tanto isolati da tutti gli altri tronchi. E’ così da sempre o qualcosa è cambiato su quel pezzo di terra? Cosa è successo tra quegli alberi e il cielo? Gli interrogativi aumentano e si fanno pressanti. Come hanno potuto resistere all’eternità in quelle condizioni?  Tutti così assolutamente soli? Poi ci penso, ci penso per tutti i tornanti che, nel medesimo  punto, mi permettono di guardare le chiome sole dall’alto. Penso ai tappeti di foglie rosse sotto alle fronde. Al calore cocente del sole, al passaggio silente dei cervi e delle volpi. Penso alle rondini e alle acque piovane. Penso alla neve che qui cade, di sicuro cade la neve. Penso che  quegli alberi, a prima vista così soli, forse hanno più tempo di me per occuparsi di ciò che li circonda. Hanno certamente più tempo per osservare tutto, per imparare a prevedere le piogge che verranno, per riconoscere il vento a cui dovranno resistere.

Chiudo e riapro gli occhi: mamma, babbo. Forse anche i nostri alberi non sono così soli come li pensiamo, forse anche i nostri alberi si salveranno dalla solitudine.

Un detto buddista dice che.

 

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Un detto buddista dice: “Se perdiamo le mani, abbiamo i piedi; se perdiamo i piedi, abbiamo gli occhi; se perdiamo gli occhi, abbiamo la voce; se perdiamo la voce, abbiamo la vita” .

E se perdiamo la vita, che sia chiaro, abbiamo le ali.

Per via dei piedi, ho camminato a lungo, proprio tanto e non mi stancavo mai. Ho camminato, a volte, senza pensare, l’ho fatto perché ne avevo estremo bisogno.  Ho camminato perché volevo vedere le persone da vicino, per via degli occhi. Le volevo vedere da vicino perché non mi fidavo del sentito dire e anche perché ho scoperto che mi piace conoscere le persone. Prima avevo paura, non so perché, non so di che. Poi ho capito che non posso farne a meno. Ho continuato a camminare perché non sempre ho saputo dove stare, ci ho pensato a lungo, senza smettere di camminare e ho sperato di fare un salto nel tempo che, come da tradizione, non esiste. Così dal passato remoto, mi son ritrovata nel futuro e ho pensato a quanto dovessi fare attenzione a esprimere dei desideri, perché poi si avverano. Camminando e pensando che forse il futuro era un posto migliore dove camminare, l’ho fatto. Ho camminato nel futuro e ho ripensato al mio passato. Per via della voce, ho creduto fosse giusto condividere ciò che avevo compreso forse perché, frattanto, era sopraggiunta la voglia di costruire una specie di ponte tra ciò che ero e ciò che desideravo diventare. La voglia di costruire qualcosa. Smetterla di raccogliere pietre, di studiare pietre e fissarne una nel terreno. Il futuro aveva qualcosa di incomprensibile e, sebbene, non sia stata mai un’amante degli enigmi, ci ho provato. Ho provato a capire, ho provato a concentrarmi, a concentrarmi davvero, ogni giorno di più, ogni giorno provavo ad afferrare ciò che mi sfuggiva del futuro e, così facendo, ho perso il senno. Ho perso letteralmente il senno, il senso, ma l’ho fatto per via della vita.

Dunque ho perso per sentire meglio la vita, ma tra tutto quel dolore (perché perdere fa male), tra tutto quel rumore (perché crollare fa rumore), ho trovato una cosa a cui non avevo più pensato.

Ho perso il senno e ho trovato il presente.

Il presente è un pezzo di mare, con un pezzo di spiaggia. Si svolge in autunno e non c’è nessuno. Per via dei piedi, degli occhi, della voce e della vita, ora non c’è più nessuno. A parte gli arbusti nella macchia.

Così ho trovato le ali.

Ad maiora.